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Volare a Venezia

Quando i veneziani vedono piovere i razzi incendiari sulla città assediata in quel lontano agosto del 1849 non si preoccupano eccessivamente, anzi rimangono quasi stupiti di vedere i palloni ad aria calda del maresciallo Radescki che hanno clamorosamente sbagliato bersaglio: è il primo bombardamento aereo della storia.

Passano gli anni, Venezia torna all’Italia, e ai primi del secolo scorso il Corpo degli Aerostieri, in seno agli specialisti del Genio, compiono con un pallone equipaggiato con macchine fotografiche il primo rilevamento aereo della città. Arriva in volo il primo dirigibile e il Regio incrociatore Elba entra in laguna con draken a bordo per effettuare un’altra serie di rilevamenti aerofotografici. È cominciata l’era dell’aviazione moderna, perché solo da pochi anni al di là dell’Atlantico hanno volato i fratelli Wright e, come sempre, Venezia si sarebbe trovata coinvolta anche nel nuovo strumento di volo.

19 febbraio 1911: Piazza San Marco è gremita di folla, c’è un ronzio inconsueto che fa alzare al cielo migliaia d’occhi, l’evento storico è importante perché il pilota torinese Umberto Cagno per la prima volta ha portato il suo aeroplano, un biplano Farman, nel cielo di Venezia. Poi è la volta di Giulio Gavotti che sorvola la laguna provenendo dal campo militare di Aviano.

Ma è proprio il Lido che diventa protagonista del bel volo di un aereo di concezione italiana, il monoplano Caproni Ca.9 dotato di motore Anzani da 60 cv: il 22 aprile 1912 il pilota collaudatore Enrico Cobioni arriva su Venezia a circa 600 metri, spegne il motore, scende in volo librato sino a 200 e con una manovra elegante si dirige verso la spiaggia “causando nella folla un brivido di commozione” annoterà il cronista. Dalla tradizionale spianata dell’Excelsior il pilota decolla e porta in volo numerosi appassionati, il signor Weil diventa così il primo passeggero pagante in Italia, poi i signori Gionco e Rossetti del Lido e c’è anche un certo Giulio Antonelli che scatta le prime immagini di Venezia vista dall’aeroplano.

L’anno successivo, sempre in occasione del 25 aprile, la Regia Marina, erede naturale del ruolo millenario svolto della Veneta Marina in difesa della città, inaugura ufficialmente la Stazione Idrovolanti di Venezia con annessa scuola di pilotaggio, realizzando in tal modo un progetto proposto sin dal 30 ottobre 1912 dal capitano di fregata Ludovico de Filippis, brevettato a Centocelle nel 1910 e vice-ispettore dei Servizi Aeronautici del Ministero della Guerra sin dal 6 aprile 1911. In un primo tempo l’attività della scuola si svolge in Canale delle Vergini, presso l’Arsenale, ma trasferita poco dopo viene trasferita sul nuovo idroscalo realizzato nel canale del forte di S. Andrea, sull’isola delle Vignole, situato presso la bocca di porto del Lido. L’organico della scuola è costituito dalla Squadriglia S. Marco che utilizza inizialmente 8 idrovolanti di tipo eterogeneo (un idro Ginocchio, tre Borel 100Hp, un Borel 80 Hp, due Curtiss Paulham 1912 e un Bréguet). In quei primi anni d’attività è utilizzato anche l’adiacente idroscalo di Punta Sabbioni che, è ancora in uso quando l’Italia entra in guerra nel maggio 1915 ma poi viene abbandonato.

Per tutto il primo conflitto mondiale Venezia rimane la principale piazzaforte Italiana a ridosso del fronte e la più importante base navale italiana in alto Adriatico, oltre ad essere un centro industriale, strategico e militare di vitale importanza per lo sforzo bellico del paese. Pertanto nel 1915, approssimandosi la guerra contro gli Imperi Centrali ed essendo ormai chiaro che Venezia si sarebbe trovata quasi a ridosso dell’epicentro del conflitto, la scuola idrovolanti è opportunamente trasferita a Taranto, mentre all’idroscalo di S. Andrea rimane una squadriglia operativa che dovrebbe provvedere sia alla difesa da eventuali incursioni nemiche sulla città, sia alla ricognizione e all’offesa sulle basi navali nemiche in alto Adriatico, a sostegno delle necessità della flotta. In seguito la dotazione di idrovolanti della marina viene notevolmente incrementata nel corso della guerra, passando dall’originaria decina di Albatros in servizio nel 1915 (sostituiti poi dai più efficienti FBA nel 1916) a ben tre squadriglie equipaggiate con gli ottimi Macchi L.3 che, nel corso del 1917, provvedono anche a svolgere parecchie missioni su obbiettivi terrestri, quando le necessità operative del fronte lo impongono, specialmente nei momenti più difficili e in concomitanza con le grandi offensive austriache. Nell’ultimo anno di guerra gli idrovolanti di S. Andrea sono ulteriormente rinforzati, formando un Gruppo Idrocaccia su due squadriglie di Macchi M.5, appositamente concepiti per compiti di scorta agli altri idrovolanti e per la difesa dalle incursioni aere nemiche. Tuttavia, come appare chiaro sin dall’inizio, i pochi idrovolanti basati a S. Andrea non sarebbero stati in grado di difendere efficacemente Venezia in caso d’incursioni aeree nemiche. Alcuni bombardamenti sulla città hanno infatti suscitato grande impressione soprattutto all’estero, tanto che la Francia propone di inviare una propria squadriglia di caccia Nieuport dedicata esclusivamente alla difesa della città lagunare. Soprattutto per motivi diplomatici, oltre che per rinforzare i legami con gli alleati, l’offerta viene accettata di buon grado dallo stato maggiore italiano e già in agosto l’Escadrille N.92/I giunge sul campo di Bezzera, vicino Mestre. Tuttavia tale dislocazione in terraferma non risulta essere la più appropriata dal momento che non consente un rapido ed efficace intervento in caso di attacchi nemici che, ovviamente, provengono sempre dal mare.

A questo punto la Marina pensa di ricavare un campo d’aviazione all’interno della piazza d’armi del cinquecentesco forte veneziano di S. Nicolò, situato sull’isola del Lido proprio di fronte all’idroscalo di S. Andrea. La posizione sembra ideale per intercettare gli idrovolanti nemici che avessero attaccato la città dal mare e pertanto il 1 dicembre 1915 la squadriglia francese è trasferita sul nuovo campo. Nonostante l’apparente bizzarria di tale soluzione – il campo risulta infatti circondato da ogni lato dai muraglioni e dai terrapieni del forte – la sistemazione è considerata adeguata perché il forte è comunque molto grande e garantisce uno spazio più che sufficiente al suo interno. La sua posizione consente poi di ospitare i piloti francesi, molti dei quali d’estrazione aristocratica e intellettuale, al Lido, considerato all’epoca una delle località balneari più famose al mondo. A tal fine prevale addirittura l’idea di requisire un albergo turistico nell’abitato invece di acquartierare i piloti all’interno del forte. La squadriglia francese, ribattezzata poi N.392 nell’estate del 1916 e N.561 nel 1917, per tutta la durata della guerra assolve sempre egregiamente il suo compito difensivo, raggiungendo nel 1918 una forza di diciotto piloti e schierando, dopo gli iniziali Nieuport 10, anche i Nieuport 11, 17, 23, 24, 27 e, verso la fine della guerra, anche gli Spad VII e XIII, oltre a un singolo Sopwith 1 1/2 Strutter usato per la ricognizione.

L’istituzione del nuovo campo d’aviazione al Lido ha un grande successo, specialmente negli ambienti intellettuali e nell’alta società veneziana, tanto che l’11 marzo 1918 Gabriele d’Annunzio chiede ed ottiene di formare su quel campo la 1a Squadriglia Navale Siluranti Aeree, che avrebbe dovuto silurare le corazzate austriache. Tuttavia, la sua dotazione iniziale di Caproni Ca. 5 non è mai in grado di compiere reali azioni di siluramento navale e la squadriglia viene dotata in seguito anche di SIA. 9b e SVA. 5, coi quali svolge comunque solo un limitato numero di azioni, trattandosi di macchine difficili o non ancora completamente a punto. Per rinforzare poi i reparti aerei operanti sulla piazzaforte, nel maggio 1918 la Marina decide di formare anche una squadriglia da Caccia Terrestre, costituendo la 241a Squadriglia su Han-riot Hd.1 e schierandola naturalmente sul campo di S. Nicolò del Lido, ormai definitivamente consacrato come campo d’aviazione cittadino. Con la fine della guerra i piloti francesi vengono rimpatriati poco dopo l’armistizio, mentre i due reparti della marina di base al campo sono anch’essi definitivamente sciolti entro il novembre 1919.

(di Bruno Delisi)

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